counter

Informazioni personali

Blog curato da Marco di Silvestro

domenica 13 aprile 2008

Esistono ragazzi disattenti?

















[...]

Tali differenze non incidono granché sull' attenzione degli studenti che vanno bene. Costoro godono di una facoltà benedetta: cambiare pelle a proprio piacimento, al momento giusto, al posto giusto, passare dall'adolescente agitato all'allievo attento, dall'innamorato respinto al cervellone matematico, dal giocatore al secchione, dall'altrove al qui,passato al presente, dalla matematica alla letteratura... E la velocità di incarnazione a distinguere coloro che vanno bene da coloro che hanno qualche difficoltà. Questi, come viene rimproverato loro dai professori, sono spesso altrove S! liberano più faticosamente dell' ora precedente, cincischiano in un ricordo o si proiettano in un qualsiasi desiderio di altro. La loro sedia è un trampolino che li scaglia fuori dall'aula nell'istante stesso in cui vi si posano. A meno che non vi si addormentino. Se voglio sperare nella loro piena presenza, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione. Come riuscirei? È qualcosa che si impara, soprattutto sul campo, col tempo. Una sola certezza, la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all'intera classe e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione.

[Dal "Diario di scuola" di Daniel Pennac]

sabato 5 aprile 2008

Insegnare che passione! (dedicato a chi sta andando in pensione)


di GABRIELLA LAZZERINI

Gabriella Lazzerini, esperta di problemi della lingua italiana, era docente di Lettere in un istituto tecnico commerciale di Milano. Faceva parte della comunità scientifica femminile Ipazia.











Non è un titolo ironico. Mi riferisco al senso comune che si attribuisce alla parola, attestato dal dizionario Gabrielli come «forte inclinazione a fare qualcosa», che comprende, etimologicamente, anche il significato di patire (ma qual è la passione, fosse anche quella calcistica, che non dà patimenti?).

lo credo che questa passione sia piuttosto diffusa e che sia quella che in sostanza fa funzionare le scuole (ma anche gli ospedali, le fabbriche, gli uffici, i tribunali e via discorrendo). Si può essere arrivati . all'insegnamento per desiderio, per volontà, per caso o per ripiego: poco importa. Quel che conta è, come sempre, il rapporto che si instaura con una necessità che anche solo in termini di tempo occupa una bella porzione dell'esistenza. Credo anche che di questa passione si parli poco,per una sorta di pudore reticente che, non da solo, è una delle cause del poco valore che oggi socialmente si attribuisce alla scuola. Sarebbe interessante indagarne le ragioni profonde. Soggettive e sociali.Appartengo al gruppo consistente delle insegnanti che lo scorso anno non hanno presentato domanda di pensione. Mi trattiene - oltre all'interesse che per me continua ad avere questo lavoro – una speranza. Che io, insieme ad altre e ad altri, riesca a tener alto il livello di civiltà della società futura, tanto che essa giudichi intollerabile lasciar morire di inedia i suoi vecchi e le sue vecchie.

Anzi soprattutto queste ultime, viste le statistiche sulla durata media della vita delle donne. Mi sorregge innanzi tutto il fatto che ciò che vado a fare cinque mattine la settimana sia un'operazione profondamente sensata. Che ha senso e dà senso. E a questo punto si arriva a un discorso difficile, perché qui si incontrano - non dirò si oppongono – ragioni individuali ed esigenze sociali.

Insegno nel biennio di un istituto tecnico commerciale di Milano. Questo lavoro mi mette in rapporto con giovani e meno giovani che non avrei l'occasione di incontrare altrimenti. Via via che il tempo passa e l'età avanza il territorio culturale comune si restringe. Sono altri il linguaggio, i parametri di riferimento delle ragazze e dei ragazzi che ogni anno mi trovo davanti. Diversi dai miei e in ciascuna e in ciascuno filtrati da tutti gli elementi che ne costituiscono l'irripetibile soggettività: appartenenza di sesso, storia familiare, provenienza sociale e geografica, sensibilità, attitudini.

L'elenco potrebbe continuare all'infinito. Con tutti questi aspetti la trasmissione del sapere deve fare i conti. E una ricerca costante (altro che mestiere ripetitivo!) che implica attenzione, richiede continuamente aggiustamenti e correzioni di tiro, conosce successi e fallimenti, si porta dietro punti interrogativi e questioni irrisolte. Quel che andava bene l'anno precedente non è detto che funzioni l'anno dopo, e poi bisogna sempre tener d'occhio che cosa

succede nel mondo. Per regolarmi ho due punti fermi: la passione e l'ascolto. Passione vuoI dire dar retta alle proprie preferenze: di percorsi, di metodologie, di contenuti, di atteggiamenti. Ciò che ci appartiene, ci intriga, ci convince è molto più facile trasmetterlo di quello che si affronta solo per dovere. In questa prospettiva, i famosi programmi ministeriali sono un quadro di riferimento, tanto più utile quanto più sono ispirati da pratiche didattiche reali ed esperienze sul campo e non concepiti a tavolino.

Per ascolto intendo fare tante domande di cui non si conosce in anticipo la risposta, e che non hanno una risposta esatta. Ogni studente è un mondo nuovo (è il vero "nuovo" che avanza) che arriva a scuola con un proprio e personale bagaglio diesperienze, desideri, aspettative e anche pregiudizi. E un soggetto e non certo un oggetto o un vaso da riempire. Devo fargli capire, attraverso gesti concreti e non dichiarazioni di principio, che io sono genuinamente interessata a quanto ha da dirmi. Altro materiale lo ricavo da quanto hanno osservato e ascoltato le mie colleghe, dalle interazioni con madri e padri, dai giudizi di chi mi ha preceduto.

Riguardo a quest'ultimo punto, denuncio un limite che è anche mio: i vari ordini di scuola, dalla materna all'università, si parlano poco, e questo favorisce la pratica volgarmente detta dello scaricabarile, vale a dire l'attribuzione di responsabilità, per ogni difficoltà o mancanza, alla scuola
precedente.Trarre conclusioni, da tutta questa massa di informazioni, è un atto di grande responsabilità che mi riguarda in prima persona, e non c'è scheda che possa sostituire l'osservazione di ciò che in un rapporto accade continuamente. Non voglio dire che gli "spostamenti" che mette in moto un rapporto pedagogicosiano ineffabili e incomunicabili. Vorrei solo mettere in guardia chi si aspetta che le grandi difficoltà che incontriamo nel nostro lavoro e il senso di inquietudine profonda (del tutto giustificato, e non attribuibile a incapacità o mancanza personale) che prende noi insegnanti nel momento di decidere e valutare trovino una cura risolutiva nel ricorrere a strumenti di misurazione cosiddetti oggettivi.

Test, griglie e questionari li uso anch'io svariate volte nel corso dell'anno. Sono strumenti, per certe occasioni, buoni come altri, soprattutto se maneggiati con cautela: sapendo cioè che sono strumenti parzialissimi, perché attraverso di essi non si può pretendere di misurare tutto, di prevedere in anticipo tutto, di catalogare tutto. Non si tratta di reperire o di elaborare la scheda finalmente

perfetta, precisa ed esaustiva, in cui le liste di specifiche possono allungarsi all'infinito. C'è invece da considerare che siamo in presenza di una contraddizione, strutturale e non oltrepassabile: misurare ciò che evolve e si modifica (lo studente, ma anche la relazione che abbiamo con lui/

lei e di conseguenza noi) ha un residuo di soggettività ineliminabile. Questa e altre contraddizioni, bisogna sforzarsi di articolarle ma non in solitudine. Per ciò io trovo come strumento insostituibile la parola, la parola "parlata", la parola che si scambia nei contesti. D'altronde la lingua funziona proprio in questo modo: rispetto al mondo dei significati, i significanti sono sempre imperfetti, però gli esseri umani tra loro spesso comunicano e io, che la lingua la insegno, continuo a scommettere .sulle sue infinite potenzialità.

Per finire: ho molta speranza per queste nuove generazioni. che talvolta ci sembrano abitanti di un altro pianeta.

So che misurare l'efficacia della scuola nel suo contributo alla crescita dell'incivilimento degli esseri umani è un'operazione che non si fa con le statistiche. Com'è possibile, infatti, misurare quanto meno la scuola ha prodotto di disagio sociale e quanto più di benessere individuale e collettivo di sviluppo, ad esempio, di curiosità e di felicità?

Eppure mi conforta leggere i dati di una recente inchiesta del COSPES. SU10.000 interviste (giovani tra i 14 e i 19 anni), il modello preferito di insegnante è quello «ricco di fantasia e di stimoli» che batte di molte misure l'«affabile e cordiale con gli allievi» relegando all'ultimo posto
nella scala dei gradimenti il «serio,sistematico e competente». E mettendo per un momento da parte il problema costituito, nella nostra epoca, da sondaggi pilotati e statistiche bugiarde, proviamo

a leggere, prendendolo sul serio, l'arido dato. Ci dice che studentesse e studenti sono attratte e attratti da chi, anche in presenza di un sapere vecchio come il mondo, si mette in gioco per reinventarlo, che la competenza senza passione, così come l'affettività pura e semplice, gli

interessano molto meno. Il modello che i giovani hanno in mente assomiglia - anche nelle semplificazioni di un questionario - a quello che ho il!-mente io e che mi sforzo di praticare. E possibile che sia un modello che non ha niente a che vedere con le loro esperienze? È realistico

pensare che qualcuna di queste figure nella scuola che hanno frequentato non l'abbiano incontrata?

lunedì 31 marzo 2008

Essere educatori oggi








I problemi che i giovani attraversano in questi anni sembrano essere così complicati da far pensare che più importante dell'intervento educativo diventi quello preventivo. Questo può essere anche accettato su un piano di una prospettiva di lunga scadenza, ma gli stessi problemi richiedono la passione e la competenza per essere educatori oggi. È difficile immaginare che ci si possa dedicare alla prevenzione pensando che l'attività direttamente educativa avvenga in un secondo tempo e sulla base dei risultati della prevenzione. Prevenzione di cosa? Bisogna conoscere, non capiamo bene i problemi che dovremmo in qualche modo far sì che non sorgano.
Per capirli bisogna incontrarli, e non si incontrano i problemi, si incontrano gli individui.
Essere educatori oggi significa avere una passione e una competenza. E vanno in quest' ordine:
bisogna avere una passione. In cosa può consistere? Nella voglia di fare, non si può essere educatori con una vocazione esclusivamente riflessiva e contemplativa; bisogna anche agire. La voglia di fare deriva, riteniamo, da un desiderio di non affrontare la vita in termini passivi: appassionarsi ad essere attivi, e quindi appassionarsi a una società. Bisogna appassionarsi al sociale sapendo che nel sociale ci sono gli individui.
Bisogna accompagnare la passione con la competenza. Essere educatori oggi significa dedicare
il nostro tempo all'acquisizione di strumenti e di competenze. Non so se si debba dire che è finito
il tempo di educatori esclusivamente vocazionali, forse non è mai esistito quel tempo, ma noi
abbiamo creduto, forse, che esistessero gli educatori che sapevano essere tali per vocazione.
Oggi anche se esistesse questa vocazione, e forse il termine passione è un modo di esprimere ancora il vecchio termine vocazione, si deve però ritenere fondamentale l'aspetto «preparazione», sviluppo delle competenze: conoscere le tecniche di ascolto, le tecniche di mediazione, di negoziazione, e anche le tecniche di organizzazione di un gruppo di giovani con una capacità particolare, quella di sapere provocare l'apertura del tempo. Cosa significa questo? Uno dei problemi di chi è giovane è vivere una continua frantumazione del tempo, per cui l'istante e l'immersione in quello che accade nell'istante diventano l'unica dimensione temporale che appare, almeno.
Chi è educatore oggi deve aprire la dimensione del tempo come durata, quindi scoprire le possibilità del far seguire agli eventi in cui le persone sono immerse altre dimensioni. A volte si dice: «Bisogna raggiungere ragazzi e ragazze là dove sono. Se sono le discoteche siano le discoteche, se sono i punti di aggregazione negli spazi all'aperto, davanti al bar, per le strade, sia
là»~Benissimo, ma che non finisca là!Bisogna aprire una dimensione di tempo, invogliare e invogliarci a rispondere alla domanda: «Come andrà avanti questa storia?». È una storia e non
è un quadro, è una storia.

Queste sono le ragioni che impegnano ad essere educatore oggi, ed è la ricerca dei mediatori e dei
rituali sociali. I rituali sociali, attualmente, sono estremamente poveri e isterici, sono chiassosi e
rovinosi, non possiamo definirli neppure rituali.
Bere e buttare le bottiglie, e riempire le piazze di cocci di vetro, non è un rituale, è una distruzione.
Bisogna maturare dei rituali di incontro e gli educatori hanno questo compito, così importante,
e questa ragione. I compiti sono anche ragioni:capire, studiare, proporre dei rituali come
elementi mediatori di aggregazione, per un percorso, non per «star 11»,non per bivaccare se non
per prendere fiato e andare avanti. Vale ancora quell'indicazione che veniva da un vecchio prete
della bassa, Don Primo Mazzolari: «Quando ci sono delle giovani in crisi, invece di chiedere
poco bisogna chiedere di più!». Però bisognaessere credibili, e gli educatori credibili sono educatori competenti, lavoriamo per questo.

Andrea Canevaro

domenica 16 marzo 2008

IL MOVIMENTO “SCOUT” di Lorenzo G. Classe 3b






















Gli scout fanno parte di un movimento educativo per i giovani fondato sul volontariato, di carattere non partitico, aperto a tutti senza distinzione di origine, di etnia né di credenza religiosa, in conformità agli scopi, principi e metodi concepiti dal fondatore, Sir Robert Baden-Powell, che gli scout chiamano semplicemente B.-P. Il movimento scout nacque nel in 1907 dove Baden-Powell organizzò, con un gruppo di ventidue ragazzi inglesi, il primo campo scout del mondo nell'isola di Brownsea, nella baia di Poole, sulla Manica. Inizialmente lo scautismo fu rivolto solo ai ragazzi maschi.

Nel 1910 Baden-Powell fondò ufficialmente l'Associazione delle . L'idea gli venne suggerita ad un raduno scout nel 1909, dove sette ragazze sfilarono inaspettatamente sotto gli occhi di Baden-Powell autodefinendosi. L'organizzazione di questo movimento parallelo venne in un primo tempo affidata alla sorella Agnes , ma in seguito passò a sua moglie Olave.

La parola scout significa esploratore. Veniva e viene tuttora usata in ambito militare per indicare tutti quei mezzi e quelle attività volte a localizzare il nemico. Fu scelta da Baden-Powell pensando ai ragazzi e ai molteplici orizzonti che essi potevano scoprire; il termine vuole anche far pensare a delle persone in grado di cavarsela da soli nelle situazioni più svariate, organizzate ed attrezzate, sia interiormente che esteriormente, ad ogni evenienza.

Il termine simile boy scout, era usato inizialmente per caratterizzare in senso giovanile questo movimento (che si rivolge ai ragazzi e non agli adulti), ed in seguito anche per distinguere gli scout maschi dalle girl guides (ragazze). In Gran Bretagna venne mutato in "scout" nel 1966, nell'ambito di estese riforme. In altre nazioni (fra cui l'Italia) è caduto in disuso dagli anni 70, cioè quando la maggior parte delle associazioni ha iniziato ad avere soci di entrambi i sessi (anche se con modalità diverse). L'espressione boy scout è talvolta ancora usata all'estero in associazioni esclusivamente maschili (specialmente negli USA). In Italia il termine boy scout (spesso erroneamente scritto con un trattino) viene utilizzato prevalentemente con una accezione derisoria o da chi non conosce il movimento.

Lo scautismo è caratterizzato da un metodo educativo ed un codice comportamentale non formale, il cui fine ultimo è di dare la possibilità ai giovani di diventare "buoni cittadini", responsabilmente impegnati nella vita del loro paese e predisposti ad essere futuri "cittadini del mondo" volenterosi di migliorare la propria società e sostenitori convinti della fratellanza tra i popoli. Si basa, quindi, su un semplice codice di valori di vita (la Legge scout e la Promessa), sul principio dell'imparare facendo, che delinea la crescita personale degli individui tramite l'esperienza attiva e partecipata, sulla metodologia di attività per piccoli gruppi, che sviluppa la responsabilità, la partecipazione e le capacità decisionali, e sulla sfida di offrire ai giovani attività sempre stimolanti ed interessanti.

In particolare Baden-Powell schematizza nei suoi scritti il suddetto sistema educativo in quattro punti fondamentali:

  • Formazione del carattere

  • Abilità manuale

  • Salute e forza fisica

  • Servizio

Cosa c'è dietro il successo di un grande paese?























Tra il 1906 e il 1911 l'istruzione assorbì qualcosa come il 43 per cento dei bilanci delle città e dei paesi di tutto il Giappone. Nel 1906, gli ufficiali dell'esercito incaricati del reclutamento rilevavano che, al contrario di quanto succedeva alla fine dell'Ottocento, quasi tutte le nuove reclute erano già in grado di leggere e di scrivere. Nel 1910, in Giappone, tutti frequentavano la scuola elementare. Nel 1910, nonostante fosse ancora molto povero e sottosviluppato dal punto di vista economico, il Giappone era diventato uno dei maggiori produttori di libri del mondo, con un numero di pubblicazioni superiori a quello della Gran Bretagna e addirittura doppio rispetto agli Stati Uniti.
[A.Sen, op.cit.]

domenica 9 marzo 2008

L'importanza della scuola di Amartya Sen




















L'importanza di un'istruzione scolastica non settaria e non confessionale, capace di espandere, invece di ridurre, la capacità di penetrazione della ragione (compresa l'analisi critica) è fondamentale. Come disse Shakespeare, "alcuni la grandezza la possiedono per nascita, altri la conquistano, altri ancora la ricevono in dono". I bambini, che hanno la vita davanti a loro, dalla scuola non devono "ricevere in dono" la piccolezza. C'è molto in gioco.
[Amartya Sen, Identità e violenza, pag.121, Laterza 2006]

sabato 8 marzo 2008

Il tango di Malena M. 3b








Il tango è una forma d'arte che comprende musica e danza nata a Buenos Aires(Argentina) e intorno alla seconda metà dell'800.

Il tango utilizza per le sue esecuzioni uno strumento, forse inventato o forse popolarizzato dal musicista tedesco, una sorta di fisarmonica di legno con dei fori la cui apertura o chiusura con i polpastrelli produce le note, e che ha la caratteristica di cambiare la nota a seconda se il mantice viene compresso o invece dilatato. Pur essendo una musica molto sincopata, non utilizza strumenti a percussione ed anche gli altri strumenti utilizzati vengono suonati in modo del tutto particolare per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. La sua struttura armonica, però, è tipicamente italiana. In principio il tango si affermò come musica popolare nel rapido e tumultuoso sviluppo di Buenos Aires, che in breve passò da 210.000 a 1.200.000 abitanti. I grandi autori di tango (Le Pera, Contursi, Discépolo, Solanas, Troilo, Esposito, Gardel, Filiberto, Razzano, Cobiàn, Cadicamo ed altri) ne fecero una musica nazionale.